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6 ago 2026 · Idea

Goldeneye: la giornata di Ian Fleming, ora per ora

Daniel Craig nei panni di James Bond, in bianco e nero, che sorride e distoglie lo sguardo in un corridoio illuminato
Daniel Craig nei panni di James Bond, in bianco e nero, che sorride e distoglie lo sguardo in un corridoio illuminato

Nel 1946 Ian Fleming comprò a Oracabessa, sulla costa nord della Giamaica, sei ettari di terra affacciati sul mare — un ex ippodromo per asini, si dice. Ci fece costruire una casa disegnata da lui: tre camere, pianta squadrata, e una scelta che spiega tutto il resto. Niente vetri alle finestre, solo persiane di legno alla giamaicana, le jalousies. Chiamò la casa Goldeneye, come l'operazione che aveva pianificato durante la guerra per la Naval Intelligence.

Dal 1952 al 1964 — cioè fino all'anno della sua morte — Fleming ci passò due mesi all'anno, gennaio e febbraio, lontano da Londra e dall'inverno. Ogni volta ne uscì con un romanzo. Il primo, Casino Royale, lo cominciò il 17 febbraio 1952, poche settimane prima di sposare Ann, che era incinta: disse di averlo scritto per distrarsi «dallo shock di sposarmi a quarantatré anni».

Quattordici libri in dodici inverni non sono un colpo di fortuna. Sono una tabella oraria. Eccola per intero.

La giornata

7:30 circa — sveglia e bagno. Scendeva alla caletta privata sotto la casa e nuotava, di solito nudo, nel Mar dei Caraibi. Non era sport: era il modo di aprire la giornata.

8:00 — colazione in giardino con Ann. Sempre la stessa: uova strapazzate, bacon, caffè nero. Caffè, non tè — sosteneva che il tè sapesse di fango e fosse responsabile del declino dell'Impero britannico.

9:00 — dentro. Baciava Ann, lasciava il tavolo e rientrava nel salone. Chiudeva le persiane, tirava le tende, e la stanza diventava fresca e in penombra, con appena un filo di vento fra le lamelle. Apriva la scrivania a cilindro, tirava fuori la portatile Imperial e si metteva a battere. Con sei dita.

9:00–12:00 — tre ore, duemila parole. Nessuna telefonata (in casa non c'era telefono), nessun ospite, nessuna pausa. Non si fermava per controllare un fatto, per cercare la parola giusta o per verificare l'ortografia. Non rileggeva. Al massimo dava un'occhiata in fondo all'ultima pagina, per ricordarsi dov'era arrivato.

12:00 — fuori. Usciva scalzo nel sole, ritrovava Ann e scendevano alla spiaggia privata: nuoto, maschera e boccaglio sulla barriera, sole. Fleming conosceva quel tratto di corallo pesce per pesce, e da lì vengono metà delle scene subacquee dei romanzi.

13:30 — pranzo, di solito cucina giamaicana preparata in casa, e poi una siesta lunga: un'ora, un'ora e mezza di sonno.

17:00 — ritorno alla scrivania. Non per scrivere: per rileggere le pagine della mattina e correggerle a matita. Finito, infilava il dattiloscritto nel cassetto in basso a sinistra della scrivania e non lo toccava più.

18:00–19:00 — la seconda ora. Nella sua ricostruzione della giornata, quella che pubblicò lui, c'è un'altra ora di lavoro fra le sei e le sette di sera.

Dalle 19:00 — sundowner. Gin, martini, pink gin. E le sigarette: se le faceva fare su misura da Morland di Grosvenor Street, con tre anelli d'oro sul filtro, le stesse che finiranno in mano a Bond. Ne fumava intorno a settanta al giorno. Poi cena, chiacchiere, carte, e a letto presto — perché alle sette e mezza c'era il mare.

La regola

Tutto l'impianto sta in piedi su un solo principio, e Fleming lo scrisse nero su bianco in How to Write a Thriller, uscito su «Books and Bookmen» nel maggio 1963:

Scrivo per circa tre ore la mattina — dalle nove e mezza circa alle dodici e mezza — e faccio un'altra ora di lavoro fra le sei e le sette di sera. Non correggo mai niente e non torno mai su quello che ho scritto, se non in fondo all'ultima pagina per vedere a che punto sono. Se ti volti indietro una volta, sei perduto.

E ai ragazzi di Oxford che gli chiedevano come si fa, rispondeva:

Di' quello che vuoi, documentati come si deve, e scrivi veloce. Non guardarti mai indietro. Se interrompi la scrittura di una narrazione veloce con troppa introspezione e autocritica, sarai fortunato se scrivi cinquecento parole al giorno.

Non era ispirazione, ed era ben consapevole di non averne:

Se mi limito ad aspettare che il genio arrivi dal cielo, semplicemente non arriva.

I numeri

  • 2.000 parole al giorno, tutti i giorni, per due mesi.
  • Sei settimane per la prima stesura completa. Casino Royale fu finito in poco più di un mese.
  • Una settimana di correzioni e riscritture prima di mandarlo all'editore. Solo allora rileggeva davvero.
  • Un romanzo all'anno, dal 1953 al 1965, dodici romanzi e due raccolte di racconti.
  • Zero riscritture in corso d'opera. Il libro si aggiusta alla fine, mai mentre lo stai facendo.

Due note oneste

Le fonti non concordano su tutto, e vale la pena dirlo.

Sull'orario d'inizio: i racconti biografici della vita a Goldeneye dicono le nove; Fleming, scrivendo di sé, dice «le nove e mezza circa». È la differenza fra come si vive una routine e come la si racconta.

Sulla finestra: alcune ricostruzioni dicono che chiudeva persiane e tende per non farsi distrarre dal mare; altre che la scrivania guardava dritta verso l'acqua, con le jalousies spalancate agli alisei. Le due versioni possono anche convivere — la casa non aveva vetri, e in un posto così la stessa finestra è riparo o vista a seconda dell'ora e dell'umore.

Su una cosa però le fonti vanno tutte d'accordo: la mattina era intoccabile, e il resto della giornata era la ricompensa.