15 ago 2026 · Parte 1 di 2
Aquile, levrieri e il lago che sta in cielo
↑ Due giorni a Song-Köl: aquile, yurte e trentatré pappagalli

La giornata comincia in una piana gialla ai piedi dei monti, con due uomini a cavallo che aspettano fermi. Hanno il cappello bianco di feltro, i gambali di cuoio, un guanto imbottito fino al gomito e sopra il guanto un'aquila reale che ti guarda come guarda tutto il resto: come una cosa che prima o poi finirà tra i suoi artigli.
Si chiamano berkütchü, i cacciatori con l'aquila. Il mestiere è vecchio quanto la steppa: si prende un'aquila giovane, ci si passa insieme qualche anno, ci si va a caccia d'inverno — volpi, lepri, in teoria anche lupi — e poi, se il patto ha funzionato, la si rimette in libertà perché vada a fare i suoi nidi.


Da vicino è una faccenda seria. L'aquila pesa cinque chili, ha un'apertura alare di due metri, e ha addosso una calma inquietante — sta ferma, gira la testa, ogni tanto emette versi con un becco che sembra un attrezzo.

Poi la dimostrazione. Il cacciatore si allontana al galoppo con l'aquila incappucciata, la libera in cima al pendio, e un secondo dopo quella arriva giù a filo d'erba, verso una pelliccia di lupo che viene trascinata dal secondo cacciatore… Da lontano sembra piano. Da vicino ti passa a un metro e ti accorgi che è successo tutto in tre secondi.

I cani che non abbaiano
L'altra metà della caccia sta a terra e ha quattro zampe: i taigan, i levrieri kirghisi — cugini d'alta quota dei levrieri afgani, stessa linea sottile, stesso pelo lungo, stessa aria di chi non ha nessuna intenzione di ubbidire subito.

Poi li hanno sciolti dietro a un'esca trascinata, e la faccenda si è chiarita in due secondi: da lì al fondo della piana non c'era niente in grado di stargli dietro. Sembravano due sassi lanciati.

Il momento cosplay
E qui arriva la parte in cui il turista viene bardato. Colbacco di pelliccia, giacca di cuoio, cavallo, e faccia da persona nata nella steppa nel 1400.

Poi ti mettono in mano il guanto, ci fanno atterrare sopra sei chili di aquila reale, e capisci due cose: la prima è che il braccio, dopo dieci secondi, comincia a fare storie; la seconda è che quando quella apre le ali sopra la tua testa, sorridere per la foto diventa un esercizio di pura volontà.

Su, verso il lago che sta in cielo
Nel pomeriggio si sale. La strada per Song-Köl non è una strada: è una pista di terra che prende il fianco della montagna e comincia a incidere tornanti sempre più stretti, con il fondovalle che si allontana e i cavalli che diventano puntini. Si scollina al passo Kalmak-Ashuu, 3447 metri, dove c'è un cartello tappezzato di adesivi e un vento che non scherza.

Dall'altra parte, invece della discesa che ti aspetti, c'è un altopiano. Enorme, verde, piatto, con le mandrie sparse fino all'orizzonte e nessuna casa. Poi, in fondo, una striscia d'argento: il lago.

Song-Köl sta a poco più di tremila metri, è il secondo lago del Kirghizistan, e d'inverno gela e resta vuoto. In estate diventa il jailoo, il pascolo alto: arrivano i pastori con le famiglie, le mandrie e le yurte, e per tre mesi qui vive più gente che in tutto il resto dell'anno messo insieme.

Il freddo, e poi il fuoco
Arrivati, siamo andati a piedi verso la riva — un chilometro scarso di prato spugnoso, gobbe d'erba, mucche e cavalli liberi ovunque. C'erano nove gradi, il vento tirava di traverso e le stelle alpine crescevano nel prato come da noi crescono le margherite. Al lago ci siamo arrivati con tutti i cappucci tirati su.

Poi il cielo, che per tutto il pomeriggio era stato una coperta grigia, si è aperto in basso — solo in basso, una fessura fra le nuvole e le montagne — e per venti minuti l'altopiano è andato a fuoco.


Cena nella yurta grande, tutti insieme, e poi fuori a metter su la testa. A tremila metri, senza una lampadina nel raggio di trenta chilometri, il cielo non è nero: è pieno. La Via Lattea passa da una montagna all'altra e le yurte, illuminate da sotto, sembrano lanterne appoggiate sull'erba.