15 ago 2026 · Parte 2 di 2
Come si monta una yurta, e come si scende per trentatré pappagalli
↑ Due giorni a Song-Köl: aquile, yurte e trentatré pappagalli

Sabato mattina il cielo si era pulito del tutto, il lago era una lastra azzurra e faceva quel freddo secco e limpido che a tremila metri vuol dire bella giornata. Nel campo qui accanto — l'Ak-Sai, quattro passi più in là lungo la riva — avevano in programma una cosa che volevamo vedere: montare una yurta da zero.
Ci vogliono sei uomini e meno di un'ora.
Si comincia da terra, con quello che sembra un mucchio di stecche rosse legate: sono i kerege, i graticci delle pareti. Si aprono come una fisarmonica gigante e si mettono in cerchio, agganciati l'uno all'altro, con il telaio della porta a chiudere l'anello.

Poi arriva il pezzo che spiega tutto. Al centro si solleva il tunduk — il cerchio di legno che fa da cupola, quello che i kirghisi hanno messo sulla bandiera nazionale — e ci si infilano dentro, uno alla volta, gli uuk: le stecche curve del tetto, incastrate sopra e legate sotto al bordo delle pareti. Finché non ci sono tutte, il tutto sta in piedi con la forza della fede e di due braccia alzate.

Poi si veste. Prima una stuoia di canne, il chiy, che gira intorno alle pareti; poi il feltro di lana di pecora, pesantissimo, che si tira su a spinta in quattro; poi il telo bianco esterno e le corde a fasciare tutto.


Meno di un'ora dopo, in mezzo al prato c'era una casa. Con la porta dipinta, il pavimento, la cupola. Smontabile in venti minuti e trasportabile a dorso di cavallo.

Dentro, sdraiati sul feltro a guardare in su, il tunduk fa esattamente quello per cui è stato inventato: incornicia un cerchio di cielo.

Trentatré pappagalli
Per scendere dall'altopiano abbiamo preso l'altra strada, quella che va verso sud-est e che è il pezzo forte del viaggio in macchina: il passo Teskey-Torpok, sopra i 3100 metri, che in Kirghizistan nessuno chiama così. Lo chiamano «33 pappagalli».
Il nome viene da un cartone animato sovietico in cui un boa constrictor si fa misurare la lunghezza in pappagalli, e la risposta è trentotto. Da qui in poi, in tutta l'ex URSS, se una cosa è lunga e curva si misura in pappagalli. E questa strada, vista dall'alto, è una molla srotolata sul fianco della montagna: un tornante dietro l'altro, senza guardrail, con i camion che salgono in prima.

La cascata
Ai piedi della discesa la valle si stringe in una gola stretta, con il torrente in mezzo e le pareti che si alzano a coltello. Si lascia il pulmino e si va su a piedi una mezz'oretta, sui sassi, con l'acqua che fa sempre più rumore.

Poi la gola si chiude in una specie di stanza di roccia, e in fondo alla stanza c'è la cascata. Il fiume che esce da Song-Köl arriva qui e si butta di sotto tutto insieme, dentro una nuvola d'acqua che ti bagna anche da venti metri.

Sulle mappe la trovi come cascata del Kök-Jerty (o Kajerty), o più semplicemente «la cascata di Song-Köl».
