15 ago 2026 · Immagine
Due giorni a Song-Köl: aquile, yurte e trentatré pappagalli

Ci sono posti si raggiungono e posti che si guadagnano. Song-Köl sta a poco più di tremila metri dentro una conca di montagne, non ha una strada asfaltata che ci arrivi, non ha un paese, non ha un albero, non ha corrente. Ha l'erba, i cavalli, le yurte e il cielo — da giugno a settembre. Poi gela a -50 gradi e resta vuoto fino all'estate dopo.
Ci siamo arrivati venerdì, dopo una mattinata passata con dei cacciatori che tengono un'aquila reale sul braccio; ci abbiamo dormito una notte, con un tramonto che ha dato fuoco all'altopiano e un cielo stellato che aiutami a dire stellato; e ne siamo scesi sabato per una strada che i kirghisi hanno battezzato con il nome di un cartone animato sovietico.
Sono due giornate troppo diverse per stare nella stessa pagina. Quindi eccole in due puntate.
Coda: l'arco, e la pasta
Nella piana dei cacciatori, tra un volo di aquila e l'altro, c'era anche un arco kirghiso appoggiato a un cavalletto e un bersaglio piantato a una cinquantina di metri. Abbiamo tirato tutti. La freccia parte con un rumore molto meno epico di quanto uno se lo immagini, e il bersaglio è rimasto intonso — ma la posa, quella, viene benissimo.

Sulla strada verso il lago, sosta al supermercato dell'ultimo paese prima della salita. Reparto pasta: Pasteroni, Grand di Pasta («tradizione italiana», penne rigate, prodotte da qualche parte molto a nord), e la locale Makfa che chiama i suoi capelli d'angelo paútinka, ragnatela. Nessuno dei tre ha mai visto l'Italia, ma la grafica ci prova con una convinzione commovente.

Fuori, invece, la cosa seria: il pane. Tondo, dorato, appena uscito dal forno di terra, grande come un tombino. Quello lì non ha bisogno di fingersi italiano.



