18 ago 2026 · Immagine
Istanbul, giorno 3. I tre monumenti, poi il T1 e l'altra sponda

Terzo giorno, appuntamento alle dieci all'Ippodromo, ma noi eravamo già in piedi da un pezzo: dall'hotel a Cankurtaran, in un'ora scarsa, ci siamo fatti le due moschee che nessuno visita e che sono a duecento metri da casa.
Prima colazione: due moschee vuote
La Küçük Ayasofya, la «piccola Santa Sofia», è in realtà la sorella maggiore: Giustiniano la fece costruire per i santi Sergio e Bacco intorno al 530. Dentro è un ottagono infilato in un quadrato, con un colonnato che gira intorno e un fregio in greco che corre in alto e nomina l'imperatore e Teodora. Alle nove del mattino c'eravamo noi e un signore che spazzava.

Poi in salita fino a Sokollu Mehmet Paşa, 1572, uno dei Sinan piccoli e perfetti. Ci si entra passando sotto la medresa, e ci si ritrova in un cortile silenzioso con la fontana in mezzo. Rinunciamo perché pareva chiusa. See you next time.

La visita guidata: Moschea Blu
Alle dieci l'incontro con la guida e il primo dei tre. La Moschea Blu — Sultanahmet Camii — è del 1616, e all'epoca fece scandalo per i sei minareti: tanti quanti la Grande Moschea della Mecca. Il sultano risolse la questione pagando un settimo minareto alla Mecca, che è un modo molto ottomano di chiudere una polemica.

Dentro, il nome se lo guadagna: ventimila piastrelle İznik azzurre nelle gallerie superiori, duecentosessanta finestre e una cupola che scarica il peso su quattro colonne che chiamano «zampe d'elefante». Cinque metri di diametro l'una. Non sono eleganti e non provano a esserlo.


Santa Sofia
Il salto è di mille anni all'indietro. 537, cinque anni e dieci mesi di cantiere, e per novecento anni la cupola più grande del mondo. Metà è impacchettata da un ponteggio giallo che arriva fin sotto la cupola — restauro in corso, e resterà così per anni. Fa quasi un effetto suo: si vede l'edificio mentre viene tenuto in piedi, che poi è quello che gli succede da millecinquecento anni.

Sopra, nella galleria, ci sono le cose che valgono la rampa. La Deesis del Duecento, con quel volto di Cristo che è la cosa più vicina a un ritratto che il Medioevo abbia prodotto. Il mosaico dei Comneni, che è di fatto la ricevuta di una donazione: Giovanni II e Irene consegnano il sacchetto e il rotolo alla Vergine, e nel mosaico ci restano per sempre. E quello di Zoe, dove la testa del marito è stata cambiata tre volte: l'imperatrice si è risposata due volte e ogni volta hanno rifatto solo la faccia e il nome. Il resto delle tessere è rimasto lo stesso.



Poi ci sono i dettagli che ti fanno la giornata. Un vichingo della guardia variaga che nel IX secolo si è annoiato durante una funzione e ha inciso il suo nome sul parapetto di marmo — si legge ancora, Halfdan. E, sul pavimento della galleria nord, la lastra con scritto Henricus Dandolo: il doge che nel 1204 dirottò la Quarta Crociata su Costantinopoli e la saccheggiò, sepolto dentro la chiesa che aveva svuotato.

La Cisterna Basilica
Trentasei gradini sotto la piazza, e la temperatura cala di dieci gradi. La Yerebatan Sarnıcı è del 532: trecentotrentasei colonne in dodici file, quasi tutte di recupero, prese da templi smontati in giro per l'impero. Nessuna è uguale all'altra, e nessuno doveva vederle: era un serbatoio.

C'è la colonna delle lacrime, scolpita a occhi di pavone e perennemente bagnata, che secondo la tradizione piange gli schiavi morti in cantiere. E in fondo, nell'angolo, le due teste di Medusa usate come basi: una capovolta, una di lato. Sul perché si discute da secoli — scaramanzia, oppure erano semplicemente due blocchi della misura giusta e nessuno si è posto il problema. Propendiamo per la seconda.


Uscita all'una, guida salutata, pranzo in una lokanta lì dietro con il metodo che ormai padroneggiamo: si guarda il banco e si indica.

Pomeriggio: il T1 e l'altra sponda
Alle due sul tram T1 a Sultanahmet, capolinea Kabataş. Venti minuti e si cambia mondo: dall'altra parte del Corno d'Oro non ci sono più i sultani, ci sono le ambasciate, i palazzi Belle Époque e le insegne al neon.
Prima fermata Dolmabahçe, dal lungomare — il palazzo lo avevamo già visto dall'acqua ieri sera. Accanto c'è la sua moschea, la Bezmiâlem Valide Sultan: 1855, e dentro non sembra affatto una moschea. Sembra un salone da ballo con il mihrab, finestroni altissimi e un lampadario di cristallo al centro. Gli ultimi sultani avevano gusti europei e non se ne vergognavano.


Da lì su a piedi per Gümüşsuyu fino a Taksim, che alle tre di un martedì di agosto è una spianata enorme e ventosa: il monumento della Repubblica al centro, la moschea nuova su un lato, il Centro Culturale Atatürk sull'altro. Non è bella, ma è il punto in cui la Turchia discute di se stessa da cent'anni.

Duecento metri più giù, dietro un cancello che non si nota, Aya Triada: la più grande chiesa greco-ortodossa di İstanbul, 1880, due campanili e una cupola che dall'esterno non si intuisce nemmeno.

İstiklal, e i suoi passaggi
Poi giù per İstiklal Caddesi, un chilometro e mezzo di gente e di tram rosso, con la regola che vale sempre: la strada è la cosa meno interessante, e il bello sta nei portoni.
Il Çiçek Pasajı — il passaggio dei fiori — è del 1876 e sta dentro il Cité de Péra: vetrata a botte, ghisa, e tavoli apparecchiati sotto. L'Avrupa Pasajı è del 1874, stretto, con ventidue statuette lungo le pareti e una fila di vetrine che vendono di tutto. Il migliore però è Hazzopulo: si infila fra due negozi e sbuca in un cortile alberato con gli sgabelli bassi e il tè, dove nessuno ha fretta di niente.



Tè al Pera Palace
Deviazione doverosa: il Pera Palace, costruito nel 1892 per i passeggeri dell'Orient Express che scendevano a Sirkeci e dovevano dormire da qualche parte all'altezza. Primo edificio della città con l'elettricità dopo il palazzo del sultano, e primo ascensore: una gabbia di legno e ferro battuto che è ancora lì, e funziona.
Il tè si prende nella Kubbeli Saloon, che è rosa confetto sotto tre cupolette, e si può fare anche senza essere ospiti. Al 411 c'è la stanza di Agatha Christie, che qui avrebbe scritto Assassinio sull'Orient Express; al 101 quella di Atatürk, lasciata com'era. La leggenda della stanza è probabilmente montata a posteriori, ma il tè è ottimo lo stesso.


Tornati su İstiklal, un'altra cosa che non è sulle guide: Casa Botter, la casa che Raimondo D'Aronco costruì nel 1901 per il sarto di corte olandese. È il primo edificio art nouveau della città — ferro battuto a forma di fiore sul balcone, cornici che colano dalla facciata — ed è stata restaurata e riaperta da poco. Dentro l'hanno lasciata volutamente nuda: corridoi bianchi, tavolato di legno, lampade a globo. Dal balcone si guarda İstiklal dall'alto, che è il posto giusto da cui guardarla.


Galata, dall'alto
Poi giù per Galipdede fino alla Torre di Galata: 1348, la torre che i genovesi tirarono su come faro e vedetta della loro colonia — che stava di qua, fuori dalle mura, perché a Costantinopoli non li volevano dentro. Sessantasette metri, coda di mezz'ora, e ne vale la pena.

Dalla balconata si gira intorno e c'è tutto: il Corno d'Oro con i suoi ponti, la Süleymaniye e la Moschea Blu sul crinale di fronte, il Bosforo che va verso il mare, e in fondo Sarayburnu con il Topkapı. Ieri lo guardavamo da lì; oggi guardiamo lì da qui.

Dentro la torre c'è un piccolo museo, e ha il pezzo giusto: un tratto della catena che chiudeva l'imboccatura del Corno d'Oro. Nel 1453 funzionò benissimo — solo che Mehmet II fece passare le navi via terra, su rulli di legno, dietro Galata. Una lezione di problem solving che è invecchiata bene.

Karaköy, e il tramonto giusto
Scesi a Karaköy verso le sette e mezza, con la luce che cominciava a fare quello che fa qui ogni sera. Il ponte di Galata con i pescatori appoggiati al parapetto e la Yeni Camii dietro, la fila di ristoranti sotto l'impalcato, i gabbiani ovunque.

Dal molo si guarda dritti a Sarayburnu, la punta del serraglio, che al tramonto diventa una sagoma nera con gli alberi e le cupole sopra. Ci siamo fermati lì venti minuti a non fare niente, che è la cosa migliore fatta oggi.

Cena in terrazza a Karaköy, sopra la strada dei balık ekmek, con le vetrate aperte sulla penisola storica che si accendeva un pezzo alla volta. Tre monumenti, due sponde, quattro passaggi coperti e una quantità di gradini che è meglio non contare.



