19 ago 2026 · Immagine
Istanbul, giorno 4. Ventuno chilometri e mezzo, e in mezzo Chora

Quarto giorno, e il primo senza file all'ingresso. La linea di oggi è la cresta delle colline di Fatih: si parte dalla Süleymaniye con una guida e da lì si va sempre verso ovest e verso nord, dentro quartieri dove i turisti non arrivano perché non c'è niente da spuntare su una lista. Alla fine il telefono dice 21,54 km. Non li avevamo programmati: sono venuti così, un pezzo alla volta.
La Süleymaniye, con la guida
La moschea di Solimano sta in cima alla terza collina e non prova a nasconderlo. Sinan la costruì fra il 1550 e il 1557, cupola di cinquantatré metri, quattro minareti — due a tre balconi e due a due, perché Solimano era il quarto sultano da quando la città era ottomana e il decimo della dinastia, e i conti tornano ancora.

Il cortile è un rettangolo di marmo con la fontana in mezzo e nient'altro, e alle dieci del mattino ci si sente piccoli senza che nessuno te lo dica.

Dentro è il contrario della Moschea Blu: quasi niente piastrelle, tutto affidato allo spazio. Quattro pilastri, quattro archi, la cupola che ci si posa sopra e duecento e passa finestre che fanno il resto. La guida ci fa notare i vasi di terracotta murati dentro le volte: servono all'acustica, e funzionano — una voce dal mihrab arriva in fondo senza microfono.

Nel giardino dietro, le due türbe. Solimano il Magnifico sotto una cupola stellata, e accanto Roxelana — Hürrem Sultan, la schiava ucraina diventata moglie legittima e poi la donna più potente dell'impero: prima volta che a un sultano capitava di sposarsi davvero, e prima volta che una consorte finiva sepolta lì.

Poi il pezzo che ci piace di più: all'angolo del muro, in un triangolino di terra che sembra dimenticato, c'è la tomba di Mimar Sinan. Quattrocento e passa edifici in carriera, e per sé tre metri quadri a cielo aperto con una fontanella. Se l'è disegnata lui.
Giù per l'acquedotto, e le cose che restano in mezzo alla strada
Da lì si scende verso ovest e comincia la parte che nessuno fotografa. L'acquedotto di Valente è del 373 e scavalca ancora il traffico di Atatürk Bulvarı: novecento metri di archi romani con sotto quattro corsie, i taxi gialli e nessuna transenna.

Duecento metri più in là, in un cortiletto fra i palazzi, sta la Colonna di Marciano — i turchi la chiamano Kıztaşı, la pietra della ragazza. È del 455, ha le Vittorie alate alla base, e ci sono i panni stesi intorno. Sedici secoli e uno stallo per la moto.

Fatih, e il mercato del mercoledì
La moschea di Fatih è quella di Maometto II il Conquistatore, tirata su sopra la chiesa dei Santi Apostoli, che era il mausoleo degli imperatori bizantini. Quella del 1470 non c'è più: il terremoto del 1766 la buttò giù e la rifecero in stile barocco-ottomano cinque anni dopo.

Dentro è largo, chiaro e pieno di gente vera: bambini che corrono, uomini che dormono sul tappeto, nessuno che fa la fila per entrare.

Uscendo di lato si finisce dentro il Çarşamba Pazarı, il mercato del mercoledì — e oggi è mercoledì. Sono venti isolati di teloni bianchi tesi fra i palazzi, in uno dei quartieri più conservatori della città: calze, cocomeri, cover per telefono a cento lire, e noi due, evidentemente stranieri, che nessuno ha guardato per più di mezzo secondo.

Yavuz Selim, la moschea vuota con la vista migliore
Salendo ancora si arriva alla Yavuz Selim Camii, del 1522, dedicata a Selim I. Cortile con il portico di colonne antiche, la vasca in mezzo, e praticamente nessuno.

La cupola è bassa e larghissima, e sotto ci sono vetrate colorate che tingono il tappeto rosso. È la moschea imperiale più semplice della città, e forse la più bella da starci dentro senza fare niente.

Fuori, la terrazza guarda dritta sul Corno d'Oro. Da qui in poi la città smette di salire e comincia a scendere verso l'acqua.
Chora. Il motivo per cui si viene fin quassù
Arrivati a Edirnekapı verso l'una e mezza, con la fame delle undici. Il quartiere è fatto di case basse, e ogni tanto ne salta fuori una di legno dipinta di rosso che sta in piedi per abitudine.

Pranzo su un tavolo di legno lì davanti, senza pensarci troppo.

E poi San Salvatore in Chora — Kariye. Da fuori è un mucchio di mattoni rosa con le absidi tonde, un minareto aggiunto e un prato intorno: non sembra niente.

Chora vuol dire «fuori le mura», perché la prima chiesa stava fuori dalla cinta di Costantino. Il nucleo che si vede oggi è del XII secolo, di Maria Dukaina. Ma la ragione per cui esiste questo posto è un uomo solo: Teodoro Metochite, gran logoteta di Andronico II — cioè il ministro delle finanze — che fra il 1316 e il 1321 ci rovesciò dentro una fortuna personale per farci mettere mosaici e affreschi. Nel 1328 l'imperatore cadde, Metochite fu esiliato e i beni confiscati; nel 1330 lo lasciarono tornare, e finì i suoi giorni proprio lì, monaco col nome di Teolepto. Sopra la porta del naos c'è ancora lui, in ginocchio, che porge a Cristo il modellino della chiesa. Un committente che si è comprato l'eternità in contanti, e ce l'ha fatta.
Sulla lunetta all'ingresso, il Cristo con la scritta che è tutta la battuta del posto: ἡ Χώρα τῶν ζώντων, «il paese dei viventi». Chora era il nome del quartiere, ma Metochite se l'è giocato come gioco di parole teologico. Alla Vergine, poco più in là, tocca l'altra metà: Chora tou achoretou, «colei che contiene l'Incontenibile».

Nei due nartèce non c'è un centimetro libero. L'esonartece racconta l'infanzia e i miracoli di Cristo, l'endonartece i venti episodi della vita della Vergine — presi dai vangeli apocrifi, quindi pieni di dettagli domestici che nella grande arte non entrano mai: Maria bambina che fa i primi passi contata dalla balia, la scuola, il fidanzamento. Sopra, le cupolette con la genealogia: Cristo al centro e tutti gli antenati a raggiera, come uno schedario d'oro.

La Deesis è la cosa che ci ha tenuti fermi di più: Cristo e la Vergine su fondo d'oro, e in basso, piccolissimi, i due donatori — Isacco Comneno e una monaca che era stata principessa. Metà tessere sono cadute, e proprio per quello funziona: si vede l'intonaco nudo sotto, e le figure sembrano emergere invece che stare lì.

Sopra la porta d'ingresso, girandosi indietro, la Koimesis: la Vergine morta sul letto, gli apostoli intorno, e Cristo in piedi dietro che tiene in braccio un'anima fasciata come un neonato. È sua madre, ed è lui che la prende in braccio: il ribaltamento più tenero dell'arte bizantina.

Poi si passa nel parekklesion, la cappella laterale dove Metochite e i suoi sono sepolti. Qui non ci sono mosaici, sono tutti affreschi, e il tema è uno solo: cosa succede dopo. Nella cupola la Vergine con il Bambino e dodici angeli a raggiera; nella volta accanto il Giudizio Universale, con un angelo che arrotola il cielo come un tappeto.

E nel catino dell'abside, l'Anastasi. Cristo in bianco dentro una mandorla, in piedi sui battenti dell'Inferno divelti, con serrature e chiavi sparse per terra; con la destra tira su Adamo e con la sinistra Eva, e li strappa fuori dai sepolcri di peso — si vedono i piedi che si staccano da terra. È del 1320 e sembra dipinta ieri. Se c'è una cosa sola da vedere a İstanbul dopo Santa Sofia, è questa.

Le mura, fino all'acqua
Da Chora si esce direttamente sulle mura teodosiane: la cinta del 413, doppia cortina e novantasei torri, che ha retto mille anni di assedi finché non sono arrivati i cannoni. Il tratto verso nord si cammina alla base, fra orti, officine, cataste di sedie e brecce dove la gente parcheggia. Nessuno ti dice niente.

Si passa da Eğrikapı, la «porta storta», e si scende fino ad Ayvansaray, dove le mura toccano il Corno d'Oro.
Eyüp Sultan
Da Ayvansaray il tram T5 e una manciata di minuti: Eyüp Sultan. Qui la giornata cambia registro di netto, perché non è un monumento, è un santuario in funzione. Ebu Eyyub el-Ensari era il portabandiera di Maometto e morì sotto le mura di Costantinopoli nell'assedio arabo del 674; la sua tomba fu «ritrovata» nel 1453, subito dopo la conquista, che è un tempismo notevole. I sultani venivano qui a cingere la spada di Osman il giorno dell'incoronazione: l'equivalente ottomano dell'unzione.
La türbe è foderata di piastrelle di İznik dal pavimento al soffitto, e ci si entra in fila indiana, in silenzio, fra gente che prega davvero.

La moschea accanto è del 1800 — Selim III rifece quella del 1458, la prima costruita dagli ottomani in città. Tappeto turchese, colonne chiare, e una calma che nelle moschee del centro non c'è.

Nel cortile ci sono i platani secolari, i piccioni e la gente seduta per terra a non fare niente. Ci siamo restati mezz'ora buona.

Balat e Fener, tornando indietro
Tram di nuovo, giù fino a Balat. E qui, alle cinque e mezza, si capisce perché conviene arrivarci a piedi e stanchi: la via del mercato è tutta cassette di frutta, ferramenta, gente che fa la spesa, e nessuno che venda magneti.

Poi si sale nei vicoli e ci sono le case: viola, verde acqua, senape, una accanto all'altra, con i bovindi di legno che si toccano quasi. È il quartiere più fotografato della città e resta un quartiere, con i panni stesi e i motorini sul marciapiede.

Scendendo verso Fener compare il liceo greco, il castello di mattoni rossi del 1881 che sta su tutte le cartoline del Corno d'Oro. Fu costruito per migliaia di studenti; oggi ne ha qualche decina, e questo dice della comunità greca di İstanbul più di qualsiasi cifra.

Sulla riva, in un giardino, Santo Stefano dei Bulgari: sembra pietra scolpita ed è ghisa. Fusa a Vienna nel 1898, spedita giù per il Danubio e il Mar Nero su chiatte, e imbullonata qui pezzo per pezzo. Una chiesa a montaggio, con le istruzioni.

Zeyrek, l'ultimo bizantino della giornata
Prima del buio, l'ultima salita: Zeyrek Camii, che era il monastero del Cristo Pantocratore. XII secolo, tre chiese fuse in un edificio solo, mausoleo della dinastia dei Comneni e per dimensioni il secondo edificio bizantino della città dopo Santa Sofia. È stato in restauro per anni e ha riaperto da poco: dentro è tutto chiaro, con il pavimento a opus sectile rimesso a posto e le vetrate nuove.

Ventuno chilometri e mezzo
Poi il tram ad Aksaray, con il sole che se ne andava dietro una moschea qualunque e il vagone pieno di gente che tornava dal lavoro. Nessuna vista panoramica, nessun tramonto sul Bosforo: solo la città che finisce la giornata.

Cena da Ruvia, a Sultanahmet, con i tavoli sul mare e le lampade basse: mezze, pesce, baklava al pistacchio, e il conto di una giornata che non avevamo previsto così lunga. Ventuno chilometri e mezzo, quattro moschee imperiali, una chiesa bizantina che vale il viaggio da sola e sei quartieri in cui non c'era un solo souvenir in vendita. Domani ci si riposa. Forse.



