Home

20 ago 2026 · Immagine

Istanbul, appendice. I gatti della città, quartiere per quartiere

Sultanahmet, dieci del mattino: il marmo è ancora fresco e il posto è già occupato.
Sultanahmet, dieci del mattino: il marmo è ancora fresco e il posto è già occupato.

Nelle quattro giornate qui sopra non compare un solo gatto, e questa è una mancanza grave. Perché a İstanbul i gatti non sono un dettaglio del paesaggio: sono il paesaggio. In quattro giorni ne abbiamo fotografati un centinaio senza mai cercarli — succedeva sempre mentre guardavamo altro, una cupola, un mosaico, un menù. Questa è l'appendice che si sono guadagnati.

Le stime prudenti danno alla città centoventicinquemila gatti di strada; chi ci vive alza il numero, e nessuno ha mai avuto voglia di contarli sul serio. Non sono randagi nel senso in cui lo intendiamo noi: non sono di nessuno e sono di tutti insieme, che è una forma di proprietà molto più comoda. Hanno ciotole con l'acqua cambiata ogni mattina, casette di legno col marchio del municipio, un veterinario pagato dal quartiere e il diritto di dormire dove gli pare. In turco si dice kedi, e basta pronunciarlo per farsi capire ovunque.

Kedi, il film che li aveva già trovati

Nel 2016 la regista Ceyda Torun, cresciuta qui in mezzo a loro, ha fatto un documentario che si chiama appunto Kedi. Presentato al festival !f di İstanbul il 21 febbraio 2016, uscito negli Stati Uniti l'anno dopo, ha incassato circa cinque milioni di dollari — per un documentario sui gatti è una cifra che non ha senso — e sta al 98% su Rotten Tomatoes.

La squadra ne aveva individuati trentacinque, ne ha filmati diciannove, nel montaggio finale ne sono rimasti sette: Sarı la scroccona ai piedi della Torre di Galata, Bengü l'innamorata fra i magazzini di Karaköy, Gamsız il giocherellone a Cihangir, Duman il gentiluomo che a Nişantaşı si presenta al banco della gastronomia, Aslan Parçası il cacciatore di topi in un caffè sul Bosforo a Kandilli, Psikopat la psicopatica che a Samatya tiene in riga marito e rivali, Deniz la mondana del mercato di Feriköy. Per riprenderli hanno costruito un carrello apposta, all'altezza degli occhi di un gatto: il film è girato tutto a venti centimetri da terra, ed è per quello che la città sembra un'altra.

Noi il film l'avevamo visto anni fa e ce n'eravamo dimenticati. Poi si arriva qui e si scopre che è un documentario nel senso più letterale del termine: documenta. Ogni cosa che racconta, in quattro giorni, ci è successa davanti.

Sultanahmet, il quartiere di Gli

Si comincia dal quartiere dell'hotel, che è anche quello dei turisti, e dove il gatto ha imparato il mestiere: sa che davanti a una moschea ci si siede composti e si viene fotografati.

All'ombra della colonna, dove la pietra resta fredda tutto il giorno.
All'ombra della colonna, dove la pietra resta fredda tutto il giorno.

Qui ha vissuto per sedici anni la gatta più famosa della Turchia: Gli, nata dentro Santa Sofia nel 2004 e praticamente mai uscita da lì. Nel 2009 Barack Obama in visita si è chinato ad accarezzarla e la fotografia ha fatto il giro del mondo; è morta il 7 novembre 2020 e l'hanno sepolta nel giardino, con annuncio ufficiale e cordoglio nazionale. Aveva un profilo Instagram con più seguaci di parecchi musei.

Panchina del comune di Fatih. Uso esclusivo.
Panchina del comune di Fatih. Uso esclusivo.

Nei negozi di tappeti il gatto non è un ospite, è un dipendente: dove ci sono lana e seta accatastate ci sono i topi, e la regola è vecchia quanto il mestiere. Il posto migliore del negozio, naturalmente, è sempre suo.

Guardiano di tappeti, turno del mattino.
Guardiano di tappeti, turno del mattino.
Una moschea piena di tappeti: il posto migliore per il riposino
Una moschea piena di tappeti: il posto migliore per il riposino

Il gatto è un servizio pubblico

La cosa che colpisce non è che ci siano tanti gatti: è l'infrastruttura. Ciotole d'acqua davanti alle serrande, sacchetti di croccantini nelle borse della spesa, casette di legno negli angoli dei giardini, distributori automatici che in cambio di una bottiglia di plastica lasciano cadere una porzione di cibo, sterilizzazioni gratuite offerte dai municipi e cliniche private che sui gatti di strada fanno lo sconto. Nessuno se ne intesta il merito, perché è una cosa che si fa e basta.

Salito in grembo senza chiedere il permesso. Prassi.
Salito in grembo senza chiedere il permesso. Prassi.

La conseguenza pratica è che il gatto qui non ha paura di te. Ti si siede accanto sulla panchina, ti sale in grembo mentre stai leggendo, si gira a pancia all'aria in mezzo a una piazza pubblica — e la pancia all'aria, per un animale che vive per strada, è il massimo grado di fiducia che esista.

Lui si è seduto, il gatto dormiva già lì. Nessuno dei due si è spostato.
Lui si è seduto, il gatto dormiva già lì. Nessuno dei due si è spostato.
Pancia all'aria in mezzo alla piazza: il massimo grado di fiducia esistente.
Pancia all'aria in mezzo alla piazza: il massimo grado di fiducia esistente.

I cortili delle moschee

I cortili sono la loro riserva naturale: ombra, marmo fresco, acqua corrente e gente che entra scalza e di buon umore. Alla Nuruosmaniye, davanti al Gran Bazar, uno aveva preso possesso della şadırvan — la fontana delle abluzioni — e presidiava il rubinetto di ottone con la faccia di chi paga l'affitto.

Il rubinetto delle abluzioni, alla Nuruosmaniye, funziona anche per i gatti.
Il rubinetto delle abluzioni, alla Nuruosmaniye, funziona anche per i gatti.

Che i gatti stiano dentro i luoghi sacri non è una tolleranza recente. Nella tradizione islamica il gatto è ritualmente puro: un hadith raccolto da Abu Dawud riporta che il Profeta, a proposito di una gatta che aveva bevuto dall'acqua delle abluzioni, disse che «non è impura: è di quelle che vi girano intorno». Il compagno che ne portava sempre uno con sé si guadagnò il soprannome di Abu Hurayrah, «il padre del gattino», ed è il narratore di hadith più prolifico dell'Islam. La storia di Muezza, la gatta addormentata sulla manica che il Profeta taglia per non svegliarla, è invece leggenda affettuosa: nessun hadith autentico la registra. Il che non ha mai impedito a nessuno di raccontarla.

Alla fontana della moschea, in attesa che qualcuno apra.
Alla fontana della moschea, in attesa che qualcuno apra.

Süleymaniye e Vefa: pietra, ombra e case per gli uccelli

Salendo sulla terza collina il turismo finisce e comincia il quartiere. Qui i gatti smettono di posare: dormono sui muretti dei giardini funerari, si spartiscono l'ombra a due a due e se ti avvicini alzano un orecchio solo.

Süleymaniye, muretto del giardino funerario: posto in prima fila.
Süleymaniye, muretto del giardino funerario: posto in prima fila.
Ombra spartita in due, con criterio.
Ombra spartita in due, con criterio.

Sui muri del cortile della Süleymaniye — e su quelli della Yeni Cami a Eminönü, e del Beyazıt — ci sono le kuş evi, le case per gli uccelli: nicchie scavate nella pietra a partire dal Cinquecento, che nel Settecento diventano palazzine in miniatura con tetti, cupolette, archi e perfino i balconcini. Una civiltà che scolpiva condomini per i passeri sulla facciata delle moschee imperiali non aveva nessun problema a lasciare la porta aperta ai gatti.

E non era solo architettura. Nei vakfiye, gli atti delle fondazioni pie ottomane, si trovano clausole che destinano denaro al fegato per i gatti della moschea, ogni giorno; quella di Bayezid II comprava pane per cani e gatti e faceva curare gli animali feriti. Esisteva un mestiere apposta, il mancacı — da manca, parola che arriva dall'italiano: all'alba comprava dal macellaio fegato, milza e cuore, li cuoceva, li infilava sugli spiedi e girava i quartieri con quel carico sulla spalla. Chi voleva comprava una porzione e la dava lui stesso ai gatti della sua strada. Il mestiere è arrivato fino agli anni Settanta, poi si è sciolto in quello che fanno oggi tutti.

Coda alta e andatura da padrone di casa. Vefa.
Coda alta e andatura da padrone di casa. Vefa.
Sella occupata. Il proprietario dello scooter, presumibilmente, lo sa.
Sella occupata. Il proprietario dello scooter, presumibilmente, lo sa.

Nei quartieri di magazzini dietro il Bazar Egiziano il gatto si muove come se le strade fossero corridoi di casa, e in un certo senso lo sono.

Fra i condizionatori di Tahtakale, letteralmente sopra la strada.
Fra i condizionatori di Tahtakale, letteralmente sopra la strada.

Topkapı: la porta del gatto

Secondo giorno, dentro l'Harem, in fondo al quartiere dei Karaağalar — gli eunuchi neri, quelli che ci dormivano — c'è un buco ad arco alla base del muro, con accanto un cartellino del museo. Il cartellino spiega che l'apertura fu costruita perché i gatti potessero entrare e uscire dal piano di sopra senza disturbare nessuno, e che è uno degli esempi di come venissero trattati «con compassione e amore» gli animali considerati parte della casa.

Dentro il buco c'era un gatto. Ovviamente.

La porta del gatto dell'Harem, col cartellino del museo e il legittimo proprietario dentro.
La porta del gatto dell'Harem, col cartellino del museo e il legittimo proprietario dentro.

La porta è autentica e ha una data recentissima: dopo un restauro durato più di dieci anni è stata riaperta il 23 ottobre 2025, e i gatti del palazzo l'hanno rimessa in servizio lo stesso giorno. Sono i successori di quelli che per secoli hanno tenuto i topi lontani dalle dispense e dai manoscritti della biblioteca imperiale: i residenti col contratto più antico di tutti.

L'altra sponda: Karaköy, Galata, e cioè il film

Il terzo giorno abbiamo preso il T1 e attraversato il Corno d'Oro, e senza pensarci siamo finiti dentro la mappa di Kedi. Ai piedi della Torre di Galata viveva Sarı, quella che rubava il cibo dai ristoranti per portarlo ai figli; nei magazzini di Karaköy Bengü, che si faceva adottare dagli scaricatori; a Cihangir, due strade più su, Gamsız. Sono passati dieci anni e quei gatti lì non ci sono più, ma il sistema che li manteneva funziona identico, con altri inquilini.

Su una panchina di marmo davanti a una moschea, sulla riva, il gatto più scocciato dell'intero viaggio ci ha concesso trenta secondi di posa e poi si è girato dall'altra parte.

Ritratto del gatto più scocciato del viaggio. Trenta secondi, non uno di più.
Ritratto del gatto più scocciato del viaggio. Trenta secondi, non uno di più.
Un gatto nero, un minareto, nessuna fretta.
Un gatto nero, un minareto, nessuna fretta.

Fatih, dove nessuno fa foto

Il quarto giorno abbiamo camminato ventun chilometri sulla cresta delle colline, in quartieri dove non c'è niente da spuntare su una lista. È lì che il rapporto cambia di natura: in centro il gatto lavora col turista, a Fatih il gatto sta a casa sua. Le ciotole stanno sui davanzali, l'acqua la cambia chi alza la serranda la mattina.

Davanzale azzurro, ciotola già pronta, due inquilini.
Davanzale azzurro, ciotola già pronta, due inquilini.

Alla Colonna di Marciano, in mezzo ai panni stesi, il residente ha espresso senza mezzi termini la sua opinione sulla giornata.

L'opinione del gatto di Kıztaşı sulla giornata.
L'opinione del gatto di Kıztaşı sulla giornata.

E poi ci sono quelli che sanno stare in scena.

Passerella davanti alla vetrina degli abiti bianchi.
Passerella davanti alla vetrina degli abiti bianchi.

Edirnekapı e Chora: il commensale in più

Nei ristoranti non si scaccia: si mette da parte. Quasi tutti tengono un piatto per quelli di fuori, ed è normalissimo che uno salga sulla panca accanto a te e assista al pranzo con aria da controllo qualità. Finito il turno, ci si stende sulla panchina più vicina e si dorme fino a sera.

Il commensale in più, a Edirnekapı.
Il commensale in più, a Edirnekapı.
Dieci chili di indifferenza su una panchina, dopo pranzo.
Dieci chili di indifferenza su una panchina, dopo pranzo.

Va detta anche la parte che la cartolina non racconta: non stanno tutti bene. Si vedono occhi infiammati, orecchie mangiate, zampe che zoppicano, e d'inverno il conto lo pagano i cuccioli. La rete che li tiene in piedi è volontaria e disordinata — ciotole, associazioni, veterinari che fanno lo sconto — e regge moltissimo, ma non tutto. Guardarli bene vuol dire vedere anche questo.

Le mura, Eyüp, e una scatola di pasta

Lungo le mura teodosiane, dove il quartiere finisce e comincia l'orto, i gatti stanno all'ombra dei fichi e aspettano. Chi passa tira fuori dalla borsa un sacchetto di croccantini, e non è un gesto eccentrico: è un'abitudine con mille anni di anzianità alle spalle.

Croccantini sotto le mura teodosiane: servizio a domicilio.
Croccantini sotto le mura teodosiane: servizio a domicilio.

A Eyüp, il santuario più venerato della città, fra i platani secolari e i pellegrini in fila per la türbe, tre cuccioli si erano sistemati su un muretto sotto una scatola di pasta rovesciata, che qualcuno aveva messo lì apposta come tettoia.

Tre cuccioli a Eyüp, sotto una scatola di pasta messa lì come tettoia.
Tre cuccioli a Eyüp, sotto una scatola di pasta messa lì come tettoia.

Balat e Fener, il quartiere più fotografato

Balat è la via delle case viola e senape che sta su tutte le cartoline, ed è anche il posto dove i gatti hanno l'indirizzo più preciso: questo qui abita in uno scatolone di cartone all'angolo, e lo sanno tutti.

Balat: casa in cartone all'angolo, inquilino soddisfatto.
Balat: casa in cartone all'angolo, inquilino soddisfatto.

A Fener uno si è lasciato prendere in braccio come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Ed è la cosa che Kedi dice meglio di chiunque altro: non sei tu che scegli il gatto. È lui che decide di occuparsi di te per dieci minuti, e poi ha altro da fare.

A Fener si è fatto prendere in braccio. Ha acconsentito.
A Fener si è fatto prendere in braccio. Ha acconsentito.

Zeyrek, l'ultima sosta

Ultima salita del viaggio, sole basso sul Corno d'Oro. Ci siamo seduti sui gradini di una casa qualunque a riprendere fiato, e nel giro di un minuto ne erano arrivati tre. Non chiedevano niente: si sono seduti anche loro.

Gradini di casa a Zeyrek, condominio di due.
Gradini di casa a Zeyrek, condominio di due.
Ci si siede un attimo e arrivano. Non chiedono niente.
Ci si siede un attimo e arrivano. Non chiedono niente.

I conti

Ventinove foto qui, un centinaio sul telefono, zero gatti chiamati per nome. A Kadıköy, sull'altra sponda, ce n'è uno che il nome ce l'ha inciso nel bronzo: Tombili, diventato famoso per una fotografia in cui sta sdraiato sul marciapiede col gomito appoggiato al cordolo, come un signore al bar. È morto nell'agosto del 2016, il quartiere ha raccolto le firme perché gli facessero una statua e l'hanno inaugurata il 4 ottobre, giornata mondiale degli animali, nel punto esatto in cui si metteva. Un mese dopo qualcuno l'ha rubata; è tornata al suo posto pochi giorni dopo, di notte, riportata indietro dai ladri.

A İstanbul si può rubare qualunque cosa, ma non il gatto del quartiere.