13 ago 2026 · Parte 3 di 3
Gagarin sotto il diluvio, e trenta minuti di Fiaba

Seguiamo la riva sud dell'Issyk-Kul. Steppa gialla, il lago che appare e sparisce tra i pioppi, e ogni tanto un cimitero: mausolei di mattoni con cupole e mezzelune, costruiti come piccole città, sempre su un poggio, sempre più curati delle case dei vivi.

Poi si sale nella valle di Barskoon, e qui la storia si fa seria. Nel 1964 Jurij Gagarin passò qui le sue vacanze, e i kirghisi non se ne sono più dimenticati: gli hanno messo un busto su una stele in mezzo al prato, con l'elmetto e lo sguardo verso l'alto, che è l'unico posto in cui abbia senso guardare, se sei il primo uomo andato là.


Il problema è che, esattamente mentre scendevamo dal pullman, il cielo si è aperto. Non pioggia sparsa come la mattina: diluvio, con quel vento freddo che sale dalla gola e ti infila l'acqua nel collo. Ponchi azzurri distribuiti in fretta, occhiali inservibili, telefono tenuto sotto la giacca fra uno scatto e l'altro.

Duecento metri più su c'è il pezzo forte: un masso enorme in cui è scolpito il volto di Gagarin, mezzo rosso e mezzo grigio, con i raggi intorno al casco. Sotto la pioggia, con le nuvole che coprivano le creste e il torrente ingrossato che passava lì accanto, era decisamente meglio che sotto il sole.



La rinuncia
Il piano era di salire alle cascate di Barskoon, quelle che si vedono in fondo alla valle come due strisce bianche sul verde. Seconda scalata della giornata, dopo quella della mattina. Abbiamo guardato la pioggia, il sentiero che diventava scivolo, le nostre scarpe già fradice, e abbiamo fatto la cosa ragionevole: abbiamo rinunciato. Le cascate le abbiamo viste da lontano, e ce le siamo tenute per un'altra volta.

Trenta minuti di fiaba
Ripartendo verso ovest lungo il lago ci siamo fermati mezz'ora — trenta minuti contati — al canyon Skazka, che in russo vuol dire «fiaba».
Il nome, di nuovo, non è marketing. È un pezzo di collina di argilla e arenaria che l'acqua e il vento hanno scavato in creste, guglie, muraglie e gobbe, e che passa dal rosso mattone all'arancio all'ocra a seconda di dove guardi. Ci si cammina dentro come in un modellino: si sale su una gobba e si vede tutto il resto, si infila una fessura larga una persona e si esce dall'altra parte in un altro colore.




E poi c'è la luce. Erano le sette meno un quarto, il cielo si era pulito, il sole scendeva basso da ovest e prendeva le creste di taglio. Trenta minuti, in quel posto, sono un furto.


Sullo sfondo, in mezzo a tutto quel rosso, la striscia azzurra dell'Issyk-Kul, che da lì sembra un mare.

