13 ago 2026 · Parte 1 di 3
Il cuore spezzato e le trecce della fanciulla

Alle nove e mezza siamo già fuori dal campo, e la prima cosa seria della giornata è una roccia rossa spaccata in due nel mezzo del verde. Si chiama Cuore Spezzato, e la leggenda è quella che vi state immaginando: due uomini, una donna contesa, un finale in cui non vince nessuno. Il masso sta all'imbocco della valle di Jeti-Ögüz, ed è davvero un cuore aperto a metà con l'accetta — la fenditura non è una crepa, è un taglio.

Ci siamo fatti la foto con le mani a cuore davanti al cuore. Sulla dignità torneremo in un altro post.
Su per la valle
Poi la strada entra nella gola e il paesaggio cambia registro. Il fiume scende bianco e furioso a tre metri dall'asfalto, le pareti si stringono, e la temperatura cala di colpo di quei quattro o cinque gradi che ti fanno rimpiangere la felpa lasciata sul pullman.


All'ingresso della valle c'è un posto di milizia: un container marrone con una bandiera kirghisa che sventola sopra il torrente e un numero di telefono scritto a mano. Cinquanta metri più in là, il noleggio cavalli — gestito, per quanto abbiamo potuto capire, da un ragazzino con più sicurezza di sé di tutti noi messi insieme.


Poi la gola si apre e la valle diventa un'altra cosa: un prato lungo chilometri, punteggiato di yurte bianche, con le montagne che si alzano ai lati come quinte di teatro. È il momento in cui tutti tirano fuori il telefono e nessuno riesce a fare una foto che renda l'idea. Ci abbiamo provato lo stesso.


Il tratto spaccafiato
Poi il sentiero smette di scherzare. Duecento metri di dislivello non sembrano niente scritti così, ma vanno fatti tutti insieme, su terra rossa e radici, con il fiato che a duemilaquattrocento metri costa il doppio. Il telefono, a cose fatte, dice: 8,5 km, 233 metri di salita, quota massima 2469. Il sottoscritto dice altre cose, non stampabili.

E nel frattempo, ovviamente, ha piovuto. Non un temporale: quella pioggia sparsa e dispettosa che arriva a folate, giusto il tempo di farti mettere la giacca, e smette appena hai finito la cerniera. Ci ha accompagnati per tutta la salita. Siamo sopravvissuti — e non era scontato.
Le trecce della fanciulla
Il premio sta in fondo, in una piega d'ombra della montagna: la cascata Kyz-Chach, «le trecce della fanciulla». Il nome è preciso, e non è marketing: l'acqua non cade in un getto solo, si divide sulla roccia in decine di ciocche sottili che si intrecciano e si sciolgono per una trentina di metri. Sotto ci si può stare, ci si bagna, e la temperatura crolla di altri cinque gradi.



Ritorno, con fungo
La discesa è la parte in cui uno si accorge che la valle era bellissima anche all'andata, solo che aveva altro a cui pensare. Prato, ponticello di legno, cavalli liberi, il torrente che continua a fare rumore per conto suo.

