16 ago 2026 · Immagine
Istanbul, giorno 1. Atterrati alle 5:30, in piedi fino ai dervisci

La sveglia non è suonata, perché non c'è stata nessuna notte da interrompere. L'aereo da Bishkek ha toccato la pista di Istanbul alle 5:30 del mattino, ora locale: tre ore riguadagnate in volo, restituite dal fuso e rimesse subito in circolo.
Il tempo di arrivare in hotel a Sultanahmet, una doccia, e una colazione splendida…

Alle nove eravamo già in strada. Ci saremmo rientrati tredici ore dopo.
L'Ippodromo che non c'è più
Il primo posto è una piazza allungata con qualche albero e delle panchine, e nessuno che ti dica che stai camminando dentro un circo romano da centomila posti. Della spina dell'Ippodromo restano tre cose, piantate in fila come i denti superstiti di una mascella.

L'obelisco di Teodosio è il pezzo forte: granito rosa egiziano, tirato su a Karnak millecinquecento anni prima di Cristo, portato qui nel 390 e ancora con gli spigoli vivi. Sotto, il basamento bizantino con l'imperatore che guarda le corse dal palco, scolpito in un marmo che ha preso molti più schiaffi dell'obelisco.

Poi la Colonna Serpentina, che è la cosa più vecchia della città e la meno appariscente: un moncone di bronzo verde in fondo a una buca. Era il tripode che i greci dedicarono a Delfi dopo Platea, nel 479 a.C., fuso con le armi dei persiani. Le tre teste di serpente non ci sono più da un pezzo. La prima staccata per motivi squisitamente religiosi, le altre due in epoca recente come atto di vandalismo. Si va bene, ma stai calmo.
E in fondo alla piazza la Fontana Tedesca, regalo di Guglielmo II al sultano nel 1900: ottagonale, oro dentro, ombra buona.

Prima di uscire dalla piazza siamo entrati nel türbe di Ahmet I, che sta appoggiato al fianco della Moschea Blu e non lo guarda quasi nessuno. Dentro, una stanza sola: i sarcofagi del sultano, delle mogli e dei figli allineati sul tappeto rosso, ognuno con il suo turbante di legno appoggiato in cima.

Due cisterne, e nessuna sirena
Sotto questo quartiere Costantinopoli si teneva l'acqua. Abbiamo saltato la Basilica — quella con le code — e siamo scesi nelle altre due.
Binbirdirek, la Cisterna delle Mille e Una Colonna, è del IV secolo ed è asciutta: 224 colonne (non mille) fatte di due tronchi sovrapposti e legati da una fascia di pietra, come se qualcuno avesse dovuto allungarle all'ultimo momento. Oggi qui ci fanno le mostre. Quelle brutte, contemporanee, con robe orrende stampate in 3D.

Duecento metri più in là, la Cisterna di Teodosio è invece un'altra faccenda: la scala scende, la temperatura crolla di dieci gradi, e ti trovi in una selva di colonne illuminate d'ambra con la volta di mattoni che sparisce nel buio. In fondo hanno lasciato un lembo d'acqua vera, illuminato di turchese, giusto per ricordarti a cosa serviva.

Risaliti in superficie, a due passi, un semicerchio di pietre e ciottoli in mezzo alle macchine: sono i resti del Palazzo di Antioco, V secolo, poi diventato il martirio di Santa Eufemia. Un po’ in abbandono devo dire.

Su per il Divan Yolu
Il Divan Yolu è la strada che i sultani facevano per andare a Topkapı, e ci passa ancora il tram. Si sale piano, con i binari a fianco e i venditori di succo di melagrana ai lati.
A metà salita, dietro un muro, il cimitero di Mahmud II: cipressi, tombe ottomane con il turbante scolpito, e un silenzio che dura esattamente finché non riparte il tram.
Poi la Colonna di Costantino — Çemberlitaş, «quella cerchiata ». Fu tirata su nel 330 per l'inaugurazione della città e da allora è bruciata in un numero imbarazzante di incendi: oggi è un fusto di porfido annerito, tenuto insieme da cerchi di ferro, in mezzo a un incrocio. Sic transit gloria mundi.

Cento metri più avanti la Nuruosmaniye, tutta curve e volute, barocco ottomano del Settecento, appoggiata a una delle porte del Gran Bazaar. Che oggi è domenica, ed è chiuso. Torneremo, non disperate!
Beyazıt, i piccioni e un cortile
La piazza di Beyazıt è larga, ventosa e piena di piccioni con la puntualità di chi sa che qualcuno comprerà il mangime. In fondo c'è il portale dell'Università di Istanbul, che sembra l'ingresso di un ministero perché lo era: qui stava il Ministero della Guerra.


A fianco, la Beyazıt Camii, la più antica delle grandi moschee imperiali ancora in piedi (1506). Il cortile ha venti colonne di granito, marmo e porfido riciclate da mezzo Impero, e al centro la fontana per le abluzioni.

Sinan, e quello che c'era prima
Da qui in poi la giornata è diventata una lezione di architettura fatta camminando.
Prima Kalenderhane Camii: una chiesa bizantina del XII secolo incastrata contro l'acquedotto, mattoni rossi fuori, marmi rosa e verdi dentro, cupola bassa e una moquette rossa che copre mille anni di pavimento. Nessun turista, il custode che sonnecchia.


Cento metri dopo, l'acquedotto di Valente: due file di arcate del 373 che scavalcano una strada a sei corsie come se fosse ancora tutto normale. Un chilometro di questo, in mezzo alla città, ed è meraviglioso per me.

E poi la Şehzade, la «moschea del principe», che Solimano fece costruire nel 1548 per il figlio Mehmet, morto a ventidue anni. È la prima grande opera di Mimar Sinan — quella in cui, diceva lui, era ancora un apprendista. Cupola centrale, quattro semicupole, e un cortile deserto a mezzogiorno e mezzo.


Il gioiello vero però è di lato: il türbe di Şehzade Mehmet, foderato di piastrelle di İznik e con vetrate colorate che a quell'ora buttano dentro luce come se fosse un caleidoscopio.

Il pranzo che arriva tardi
A quel punto avevamo fame da due ore. Siamo finiti al Kadınlar Pazarı, il Mercato delle Donne, che di donne ne ha poche e di macellerie tantissime: è il quartiere dei siirtliani, si viene qui per il büryan, l'agnello cotto in una fossa. La Sabri credeva in un posto fatto di collettivi femministi e si trova ‘sta roba.

Abbiamo risolto con una spremuta gigante, un toast, tanta frutta e ci siamo rimessi in marcia.
Giù verso il Corno d'Oro
Mahmutpaşa Yokuşu è la discesa che dal Gran Bazaar porta a Eminönü, e non è tanto una strada quanto una corrente: banchi da entrambi i lati, gente che scende, gente che risale, e tu in mezzo che scendi anche se non avevi deciso di farlo.

In fondo, nascosta sopra una fila di negozi e raggiungibile solo da una scaletta che non troveresti mai, c'è la Rüstem Paşa. Sinan di nuovo, 1563, e dentro è una scatola foderata di ceramica di İznik: blu, turchese, rosso pomodoro, tulipani e garofani su ogni superficie. Piccola, ma tra le cose più belle viste oggi.


Duecento metri e si arriva alla Yeni Camii, che di nuovo ha solo il nome: ci misero sessantasei anni a finirla (1597–1665). Cortile di marmo grande come una piazza, e dentro un cielo di cupole e semicupole che ti fa camminare con il collo all'indietro finché non protesta.


Accanto, il Mısır Çarşısı — il Bazaar delle Spezie, 1664 — che di domenica è aperto, cosa di cui oggi eravamo molto grati. Volte gialle, montagne di curcuma e peperoncino, quintali di lokum e un ottimo assortimento di venditori che ti chiamano in sei lingue. Soprattutto il grido all’italiano riconosciuto tra la folla spicca di più.


Sirkeci, e il primo sguardo all'acqua
Usciti dal bazaar siamo scesi a Sirkeci. Qui l'Ottocento finale si è messo in ghingheri: la Grande Posta del 1909 è un palazzo che sembra una stazione ferroviaria, con l'atrio a vetri e i marmi, e la vera stazione — quella dell'Orient Express — è cento metri più in là.

Poi, finalmente, l'acqua. Il Corno d'Oro con il ponte di Galata a sinistra, la Torre di Galata che spunta sull'altra riva, i battelli, il vento. Ci siamo seduti sulla banchina ventordici minuti senza fare niente, che dopo undici ore di cammino è l'unica cosa sensata.

I dervisci, e poi basta
Tranne che alle sette avevamo un appuntamento. In un vecchio hammam del Quattrocento a Sirkeci, sotto una cupola con i lucernari, si sono seduti quattro musicisti — ney, kudüm, un liuto — e per venti minuti hanno suonato qualcosa che assomiglia a un lamento, ad un richiamo sardo e a una ninna nanna nella lingua di Mordor che non ripeterò qui. Io ero comprensibilmente in uno stato di pre-morte.
Poi sono entrati i dervisci: mantello nero, cappello di feltro alto, il saluto, e via a girare. Il mantello cade a terra — è la tomba che si lascia — e sotto resta la tunica bianca che si apre a campana. Girano in senso antiorario, palmo destro verso l'alto e sinistro verso il basso: prendono da sopra e passano sotto. Non è uno spettacolo, è una preghiera che ti lasciano guardare.

Fuori era buio. Siamo risaliti a piedi verso Sultanahmet e siamo crollati come due sacchi, con Bishkek che sembrava già di un altro viaggio.


