10 ago 2026 · Immagine
Burana e l'Issyk Kul: scale strettissime, lingue impossibili e un lago che non gela

Il programma diceva «trasferimento di 280 km» e io, ingenuo, la prendo come «giornata di riposo». Invece il Kirghizistan ha deciso che il trasferimento è la giornata: la valle del Chu che scorre dal finestrino, i pioppi in fila che a un certo punto finiscono, la steppa gialla, e poi la gola di Boom, che per decenni è stata l'unica porta d'ingresso all'Issyk Kul. Strada e vecchia ferrovia appaiate sul fondo, pareti rosse a strapiombo, e la sensazione precisa di stare entrando in un posto in cui non si arriva per sbaglio.
E soprattutto: venti gradi. Dopo i trentasette di ieri sembrava un'altra stagione, un altro emisfero, un'altra vacanza. Pioggerellina a intermittenza, cielo lattiginoso, felpa tirata fuori dallo zaino con un certo orgoglio. Affrontabilissima. Anzi, dopo ventiquattro ore passate a sudare in piedi dentro un bazar: benedetta.
Burana, ovvero la coda più democratica del mondo
Qui c'era Balasagun, capitale dei Karakhanidi fra il X e il XII secolo, città vera, con mura e mercati e minareti. Caravanserraglio di grande lusso, sulla Via della Seta. Oggi di quella città restano un campo di erba secca, due tumuli che sembrano colline e basta, e un minareto di mattoni che spunta dal niente come un punto esclamativo. Ventiquattro metri. Ne faceva quarantacinque, poi ci ha pensato un terremoto: qui la storia non viene demolita, viene accorciata. Prendo nota.
Sul minareto si può salire in cima e a noi ci va pure bene perché sembra non ci sia fila… Aspettiamo una lunga fila di cinesi, australiani e americani che scendono una scala a chiocciola di una strettezza e di una ripidezza che definirei concettuali: ci passa una persona per volta, piegata in due, al buio, aggrappata alle pareti di mattoni a secco. E siccome la scala è una sola, il traffico funziona rigorosamente a senso alternato. Prima sale un gruppo intero. Poi quel gruppo deve scendere tutto. Poi tocca ai prossimi.
Il risultato è una comica muta all'imbocco della torre: venti persone di quattro nazionalità diverse che si sbracciano verso l'alto per capire se il flusso è finito, un signore dall’alto che si autoproclama semaforo umano, qualcuno che parte lo stesso e viene rispedito indietro, e in cima uno spazio che sembra infinito. Vabbè che ve lo dico a fare, vista bellissima. Tempo di permanenza consigliato: quello che serve a fare la foto prima che il gruppo di sotto cominci a incazzarsi come un montone kirghizo.
Nessuna targa lo dice, ma la vera attrazione di Burana è la sana contrattazione fra sconosciuti su chi tocca adesso. The Revenge of Caravanserraglio. Sembra un film horror in cui siamo tutti vittime di una maledizione perché siamo in un territorio costruito su un luogo di mercato maledetto. Ed è così.
Intorno, il campo dei balbal: stele funerarie turche, pietre alte un metro con un volto scolpito sopra, piantate nell'erba in file irregolari. Sono lì da mille e passa anni a guardare l'orizzonte con un'espressione che sta esattamente a metà fra «serenità ancestrale» e «non ho dormito». Solidarietà totale.
Nel museo all'ingresso c'è il plastico di Balasagun com'era: e allora capisci che quel campo vuoto era una città grande, con la torre in mezzo. Fuori, appollaiata su un muro di mattoni, un'aquila reale in posa, immobile e regale, con l'aria di chi in questo posto ha visto passare Karakhanidi, sovietici e adesso noi.
Parlare: istruzioni per l'uso (spoiler: non si parla)
Qui la lingua è una faccenda seria. Tutti parlano russo o kirghiso, molti tutt'e due, e l'inglese semplicemente non fa parte dell'equazione. Non è scortesia, non è ostilità: è che non serve, e quindi non c'è. C’è un grande ritorno al sistema dei gesti, che fa anche tenerezza. Perché non solo il kirghizo non ti capisce: se ne frega delle tue esigenze. Post soviet fino alla morte.
La nostra guida è bravissima, ma è una sola e noi siamo tanti, quindi vige la legge non scritta dei viaggi di gruppo: quando ti serve tradurre qualcosa, lei sta traducendo qualcos'altro a qualcun altro, tre metri più in là. Da lì in poi si va di mimo. Google Translate offline funziona finché non gli chiedi il cirillico scritto a mano su un cartello scolorito, e a quel punto ti abbandona come un vigliacco.
Balykchy, la bandiera e i massi che parlano
Lungo la strada, su una collina spelacchiata, qualcuno ha disegnato la bandiera del Kirghizistan grande come un campo da calcio, con sotto scritto КЫРГЫЗСТАН in caso restassero dubbi sul dove ti trovi. Non restano dubbi.
Poi i petroglifi di Cholpon Ata: una distesa di massi glaciali sparsi su un pianoro, con le montagne che si perdono nella nebbia dietro. Sulle pietre nere i Saci incisero stambecchi, cacciatori e leopardi delle nevi — i più antichi hanno tremilacinquecento anni. Il gioco consiste nel girare fra i massi e riconoscere le figure: per venti minuti non vedi niente, poi all'improvviso il tuo occhio si sintonizza e ne vedi ovunque. Uno stambecco con le corna a mezzaluna, disegnato con quattro tratti sicuri, batte novanta per cento dell'arte contemporanea che ho visto quest'anno. Fra un masso e l'altro cespugli di efedra pieni di bacche rosse, dicono psicotrope, ma non abbiamo provato.
Promemoria: drogarsi di efedra per ottenere il dono indotto delle lingue. O il menefreghismo sovietico per le cose che non funzionano.
Rukh Ordo, ovvero il surreale a riva del lago
E poi c'è Rukh Ordo, il complesso dedicato alle cinque grandi religioni: prato all'inglese, cinque cappelle bianche identiche in fila — cristianesimo, islam, buddhismo, ebraismo, e ortodossi per amore della Russia — statue ovunque, un Buddha dorato in una nicchia, e sullo sfondo le montagne innevate. Già così, un po' surreale.
Il capolavoro però è arrivato con la guida locale, che ci ha spiegato con enorme serietà che la differenza fra ortodossi e cattolici sta nel modo di fare il segno della Croce. Punto. Fine della spiegazione. Ah, e che gli ortodossi pregano in piedi. Duemila anni di teologia, concili, scismi, guerre e dispute sul Filioque liquidati così.
Il lago che non gela
L'Issyk Kul è il secondo lago alpino più grande del mondo dopo il Titicaca. Milleseicento metri di quota, centottanta chilometri di lunghezza, seicentosessantotto di profondità, leggermente salato, alimentato da sorgenti termali: issyk kul significa «lago caldo», perché non ghiaccia mai nemmeno a gennaio.
Alla fine del pontile, sotto un cielo che non aveva nessuna intenzione di aprirsi, l'acqua era più bruna che turchese come scrivono sull’internet.
«Lago caldo» resta comunque un nome di marketing molto ottimista, perché la temperatura reale dell'acqua ad agosto si aggira su valori che il mio corpo classifica come no. Nessuno di noi ha tentato il tuffo. Ci siamo limitati a guardare, con le mani in tasca e la felpa tirata su, sostenendo a vicenda la tesi che domani sicuramente ci sarà più sole.
Domani, comunque, non è previsto sole.






















