11 ago 2026 · Immagine
Karven Four Seasons e la valle di Karkyra: due Kirghizistan in un giorno solo

Il programma: «Cholpon Ata · pensione sul lago». Quattro parole innocenti, di quelle che leggi in aereo senza fermarti. Poi il pullman rallenta davanti a una sbarra, un signore in mimetica si sporge, autista e guardia si salutano in russo e pure un salamaleicù poco convinto; poi la sbarra si alza su una cosa che pensione non è… E’ il Karven Four Seasons, e da qui in avanti tutto quello che diremo sarà iperbolico perché iperbolico è il posto.
Ci consegnano due cose. Un braccialetto azzurro da mettere al polso, con scritto sopra HOTEL, come se ci fosse il rischio concreto di essere confusi con qualcos'altro. E una piantina, formato A4, che è il vero documento mitico della permanenza: decine di edifici numerati, tre corpi di fabbrica chiamati К-1, К-2, К-3, tre settori, una legenda di icone — riposo familiare, riposo attivo, spiaggia, spa, centro congressi, area bambini — e in alto, in arancione, gli orari che regolano l'esistenza: colazione dalle 8:00 alle 10:30, piscina dalle 9:00 alle 20:00, ordinazioni accettate fino alle 22:30. Ci sono anche i posti di guardia, numerati. Noi eravamo al №3.
Parte prima: recensione del Karven Four Seasons, cinque stelle disegnate a mano
Diciamolo subito: il Karven non è un albergo, è un piccolo Stato. Ha strade con la segnaletica, ha lampioni, ha aiuole di fiori viola disegnate come i giardini di Versailles ma con il budget dell'entusiasmo, ha un vialetto di rose lungo abbastanza da meritare una fermata dell'autobus, ha villette a schiera con il tetto verde e la staccionata bianca, ha una pista ciclabile dipinta per terra che non porta da nessuna parte perché tanto sei già dentro. Nel logo ci sono cinque stelle disposte in cerchio, dipinte a mano, con la fierezza di chi le stelle se le è assegnate da solo e ha fatto benissimo.
Nella hall c'è il capolavoro assoluto: un muro di led grande come un camion che trasmette, in altissima definizione, l'immagine di un lago. Fuori dalla vetrata, a quaranta metri, c'è l'Issyk Kul vero. Il lago vero ha le montagne, le nuvole, il pontile. Il lago finto ha i colori più saturi. Vince il lago finto.
Perché la verità è che noi eravamo venuti con un'aspettativa precisa, coltivata per settimane: gli oligarchi. L'Issyk Kul è la Riviera del blocco sovietico, il posto dove mandavano i quadri e i cosmonauti a rimettersi in sesto, e uno si immagina Peppone mentre lo mettono a nuovo e diventa un prete senza baffoni. E invece no. L'oligarca del Karven arriva in suv bianco parcheggiato di traverso davanti al cottage, indossa la tuta acetata come un'uniforme di gala, ha il braccialetto azzurro identico al mio — democrazia assoluta del polso — e passa la serata a rincorrere tre bambini attorno alla piscina che chiude alle venti. La piscina che chiude alle venti: ecco l'unica, vera notizia geopolitica della giornata. In tutto l'impero non c'è potere abbastanza grande da tenere aperta quella piscina fino alle nove.
E poi c'è l'insegna. Grandi lettere illuminate al neon piantate in mezzo a un'aiuola, K-A-R-V-E-N, in stile Hollywood ma sul lungolago di un lago salato a 1.600 metri. Ci siamo saliti in gruppo per la foto, alle dieci e mezza di sera, con quindici gradi e la faccia di chi si diverte moltissimo e non lo ammetterà mai. La foto è venuta malissimo.
La cena, ovvero la lingua in tutti i sensi
Il ristorante si chiama, sul serio, «Karven lounge club», e sta sotto un padiglione bianco a archi acuti che di giorno sembra un tendone da matrimonio e di notte una capsula spaziale. Il menù è bilingue, kirghiso e inglese, ed è un documento che meriterebbe un premio. Ma c’è solo una cameriera che capisce l’inglese.
La birra Buff è splendidamente arrivata senza alcun pudore. Attorno al tavolo il gruppo è al completo, le ciotole sono venti, i piatti girano, e alle 21:30 arrivano le ordinazione di due nostri compagni, leggerissimamente in ritardo.
La mattina dopo, colazione al buffet sotto la tettoia, con i cipressi potati come soldatini, e poi un giro nel giardino sotto una pioggerella fine. E lì il nome finalmente si spiega: Four Seasons non è un omaggio alla catena alberghiera, è un bollettino meteo. Nella stessa notte abbiamo avuto vento, pioggia, quindici gradi e un sole di dieci minuti che ha convinto tutti a togliersi la felpa un attimo prima di rimettersela.
Recensione finale: cinque stelle su cinque, tutte e cinque assegnate dal Karven a se stesso, e che nessuno si permetta di discuterle.
Parte seconda: yurta 24, valle di Karkyra
Poi succede la cosa bella, e succede nello stesso giorno, che è il motivo per cui questo post è diviso in due.
Si lascia il lago, si percorre tutta la sponda nord dell'Issyk Kul fino a Tyup, si gira a nord e si sale verso il confine kazako lungo una strada che diventa sempre più stretta e sempre più verde. Alla fine c'è la valle di Karkyra: pascoli d'alta quota, abeti del Tien Shan sui versanti, un fiume grigio di acqua di fusione che si apre in mille rami, e un campo di yurte bianche allineate sul prato, unite da passerelle di legno. Il campo si chiama Ak-Sai e sta a 2.190 metri. La nostra è la numero 24, con la targhetta blu sulla porta.
Dentro: due letti bassi, tappeti sovrapposti, feltri shyrdak rossi e blu, il graticcio di legno dipinto tutto intorno e sopra la testa il tunduk, la corona di legno che fa da lucernario. E, appoggiata contro il graticcio, con un'assoluta mancanza di senso di colpa, una cabina doccia in cristallo. Nomadi, sì, ma con tutti i confort! Mongolia spostate proprio.
All'ingresso c'è un cartello con i sentieri, e leggerlo è come leggere il menù di prima: la sorgente salata a sei chilometri, il sentiero paleontologico a undici, i laghi Chaar-Kuduk a 2.820 metri, il picco Kara-Murun a 3.190. Sono le tre del pomeriggio, il cielo è un coperchio grigio, e per la prima volta in quattro giorni nessuno ci dice dove dobbiamo andare. Quindi facciamo la cosa più semplice del mondo: prendiamo la strada che sale la valle e camminiamo finché ha senso.
Il pomeriggio migliore: la strada dei cani
Ci siamo mossi in sei, e ci hanno subito adottato due cani del campo, uno nero e uno fulvo, che si sono messi in testa e in coda al gruppo come se fosse il loro turno di servizio: sono venuti fino in fondo e sono tornati indietro con noi, sette chilometri buoni, senza mai chiedere niente.
La valle si apre piano. Da un lato i cavalli e le vacche lasciati liberi al pascolo, dall'altro i bimbi in due su un cavallo che rientrano al campo al passo; un puledro che scappa a saltelli accanto a un cartello di kumis in vendita; il fiume che scende torbido e veloce e si divide in bracci fra i sassi bianchi. Ogni tanto un abete solitario sulla riva, altissimo, piantato lì in procinto di cadere. E in mezzo alla ghiaia, dove non dovrebbe crescere niente, due fiori gialli.
Poi è arrivata la pioggia, quella vera, e ci siamo messi tutti il cappuccio contemporaneamente, e la foto di gruppo con sei cappucci e sei paia di occhiali bagnati è la più bella della giornata. Faceva freddo, si camminava sull'asfalto lucido con il rumore del fiume a destra, e non c'era nessun braccialetto, nessuna piantina, nessun orario di chiusura, nessuna icona in legenda a spiegarti che quello era «riposo attivo».
Ventiquattro ore, due Kirghizistan. Uno ti dice esattamente dove puoi stare e fino a che ora. L'altro ti apre una valle davanti e si fida.
Siamo rientrati alle cinque, con gli scarponi infangati e i cani che ci hanno accompagnati fino alla sbarra del campo — anche qui c'è una sbarra, ma è di legno e la apre il vento. Stasera si dorme in feltro, a duemilacento metri, e domani si scende a Karakol.
Il muro di led, se ci pensi, non l'ha guardato nessuno.































