12 ago 2026 · Immagine
Reina Kench: come si costruisce un paradiso in una conca di sassi

«Karkara → Karakol, 120 km, sosta al villaggio». E sotto, in caratteri modesti, tre parole: pranzo in fattoria.
Ora, «pranzo in fattoria» è una di quelle formule che uno pensa: tovaglia cerata, due patate, il cane sotto il tavolo. Invece no. Invece era la Reina Kench, e la Reina Kench merita un post tutto suo — che infatti è questo, con Przewalski e Karakol relegati in fondo come comprimari educati.
La strada, con interruzione ovina
Si molla il campo di yurte, si scende la valle di Karkara con i cavalli ancora al pascolo nella nebbia bassa, si passa un banco di miele sul ciglio della strada dove il gruppo si ferma a comprare barattoli gialli come se domani ci fosse il razionamento. Sopravviveranno al compattamento che il nostro autista Sergei fa ogni volta dei bagagli?


Ma poi, dopo una curva, la prima cosa veramente notevole della giornata: un gregge che attraversa l'asfalto.
Sono pecore normali per due terzi. È il terzo posteriore che non torna. Hanno un didietro monumentale, sferico, che ondeggia con una sua fisica indipendente dal resto dell'animale. Sono le pecore a coda grassa, e quella non è ciccia distribuita male: è un organo, un deposito, una dispensa che l'animale si porta appresso per l'inverno. Si chiama kurdjuk. Ce lo siamo detti sul pullman ridendo. Poi ce lo siamo ritrovati nel piatto, e abbiamo smesso di ridere per motivi completamente diversi.

La conca che non c'era
La Reina Kench sta in una piega di terra fra la strada e le montagne, e la prima cosa che vedi è un viale di betulle, dei filari, delle aiuole, dei prati falciati. La seconda cosa che vedi, se ti giri, è com'è fatto tutto il resto della valle: giallo, sassoso, secco, ventoso. E allora la domanda si fa da sola.
Ce la spiega la proprietaria, una signora bionda con un dolcevita nero e l'aria di chi non ha tempo da perdere ma questa storia la racconta volentieri, perché è la sua. La famiglia ha preso una conca desertica — parole sue, e guardandosi intorno le si crede senza fatica — e ci ha lavorato sopra per anni: acqua portata, terra rifatta, alberi piantati a mano uno per uno, e la pazienza di aspettare che quegli alberi diventassero abbastanza grandi da fare ombra e fermare il vento. Il risultato è un pezzo di valle che è verde perché qualcuno ha deciso, con una certa testardaggine, che dovesse esserlo.

Dentro ci sono i filari di fragole sotto il telo nero, i meli ancora giovani legati ai tutori, un frutteto-giardino con le conifere potate e le galline che ci passeggiano in mezzo come se fossero anche loro parte del progetto paesaggistico. Più in là i capannoni bianchi, lunghi, allineati: quella è la parte seria, quella che paga il resto.


Non è un agriturismo travestito da fattoria. È una fattoria vera che si è accorta, a un certo punto, di essere diventata anche bella.
Le pecore, di nuovo, ma al chiuso
Nella stalla ritroviamo le protagoniste di stamattina, ferme alla mangiatoia, viste da dietro. Da dietro è ancora meglio. Sono animali seri, pesanti, con quel posteriore che sembra applicato a posteriori (e chiedo scusa). Da lì si ricava il grasso con cui in questa parte di mondo si cucina tutto: non è un ingrediente folkloristico da mostrare ai turisti, è il burro locale, quello con cui si fa la cucina di tutti i giorni.

I cavalli, che qui sono una cosa seria
L'altra metà dell'azienda corre. Letteralmente: un paddock di sabbia, una recinzione bianca, e dentro dei cavalli da competizione che quando li lasciano andare partono tutti insieme senza motivo apparente, solo perché sono in tre e uno ha cominciato. In Kirghizistan il cavallo da corsa non è un hobby da signori: è il centro della vita sociale rurale, fra le gare di lunga distanza e il kok-boru, che è quel gioco lì con la carcassa di capra di cui è meglio non parlare a stomaco vuoto (o pieno).
E poi c'è lui: un appaloosa bianco a macchie nere, criniera scomposta, che si è avvicinato alla staccionata con l'espressione di chi sa perfettamente di essere il più fotogenico dell'azienda e vuole essere pagato in mele.

E qui si mangia
La Reina Kench è anche un posto dove si dorme e si mangia, e la sala da pranzo è una veranda luminosa con i mattoni a vista, una parete di legna accatastata a mo' di installazione, le piante ovunque e una tavola apparecchiata con una cura che a quel punto della giornata non ci aspettavamo più: tovaglia bianca, calici, rose rosse.
Poi arrivano i piatti.
Amouse Bouche: il lardo. Quello delle pecore di cui sopra, servito in fettine sottili. Attorno al tavolo la reazione si divide in due: chi si è messo la fettina in bocca dopo aver deglutito preventivamente, e chi ne ha chiesta un'altra. Vince la seconda squadra. È sapido ma a suo modo pulito ed erborinato, non ha niente di quella pesantezza che uno si aspetta.
Primo: una zuppa di pomodoro. Detta così sembra niente. Invece era rossa accesa, per niente densa, tipo la passata allungata con acqua e poi scaldata. Niente di che.
Secondo: uno stracotto di black angus — locale, allevato lì — servito con patate e cipolla. Spettacolare. Non c'è un aggettivo più furbo da mettere al posto di questo: era spettacolare, si scioglieva, e la tavolata è passata da venti persone che chiacchierano a venti persone che masticano in silenzio, che nella nostra scala di misura è il massimo dei voti.

Cinque giorni di Kirghizistan e il pasto migliore ce lo siamo trovati in una fattoria in mezzo al nulla, servito dalla stessa famiglia che ha piantato gli alberi che vedevamo dalla finestra. Non credo sia un caso.
Siamo usciti da lì sinceramente entusiasti... e pieni!
Przewalski, in breve
Nel pomeriggio, museo Przewalski, in un parco silenzioso sopra il lago. Nikolaj Michajlovič Prževal'skij, esploratore russo, quattro spedizioni in Asia centrale e la morte di tifo qui nel 1888, alla vigilia della quinta — il che, come parabola, si commenta da sé. Fuori c'è un monumento con un'aquila di bronzo appollaiata sopra una montagna di granito; dentro c'è la grande mappa dei suoi itinerari e una sala di animali impagliati messi in posa con un entusiasmo tassidermico tutto sovietico, cigni e stambecchi e argali che convivono su uno stesso scoglio finto.

Karakol: due edifici senza un chiodo
Poi Karakol, città più orientale del paese, crocevia di russi, dungani e uiguri, e due tappe che stanno benissimo una dopo l'altra.
La moschea dungana (1907-1910), costruita da artigiani cinesi per i musulmani cinesi fuggiti dalle repressioni Qing: gronde ricurve, colonne gialle e verdi, tetto a pagoda. Sembra un tempio buddhista e invece dentro c'è il mihrab e un tappeto rosso lunghissimo. Costruita senza un chiodo.
La cattedrale della Santa Trinità (1895), ortodossa russa, tutta in abete del Tien Shan, cupole verdi e legno scuro, in mezzo a un giardino di dalie e zinnie che oggi erano il posto più colorato di tutta la città. Costruita anche lei senza un chiodo — ma per un motivo pratico, non poetico: il terremoto aveva buttato giù quella di prima, e una struttura incastrata a secco balla e non si spezza. In epoca sovietica ci hanno messo dentro un club sportivo. È sopravvissuta anche a quello.


Due religioni diverse, due comunità diverse, la stessa soluzione tecnica e lo stesso mestiere. A duecento metri l'una dall'altra.







