Roma, giorno 1. Dal Colosseo a Trevi, con San Pietro in mezzo

Sabato. Macchina lasciata al capolinea di Laurentina, come da programma, e giù con la metro B. Fuori il cielo era grigio e qualcuno sul vagone era già in mantellina. Alle undici e dieci eravamo in superficie, e la prima cosa che vedi uscendo dalla stazione è lui.

Il Colosseo, da fuori
Il Colosseo oggi l'abbiamo guardato e basta: per entrare serve un biglietto a orario, e la giornata era lunga. Ma anche da fuori fa il suo mestiere, che è quello di essere più grande di come te lo ricordavi.


Lungo i Fori Imperiali
Poi su per Via dei Fori Imperiali, il vialone del 1932 che taglia in due i fori degli imperatori, camminando dal lato giusto per guardare giù. Prima il Foro di Cesare, con il Vittoriano già lì in fondo a far capire dove si va a finire.

Poi il Foro di Augusto: le colonne del tempio di Marte Ultore appoggiate al grande muro di peperino che lo separava dalla Suburra, il quartiere malfamato dietro.

E a metà strada i Mercati di Traiano, il semicerchio di mattoni rossi su più piani che era un centro commerciale prima che la parola esistesse, con la Torre delle Milizie che sbuca sopra.

In fondo, davanti a Piazza Venezia, la Colonna Traiana: trenta metri di marmo con le guerre daciche avvolte a spirale, piantata fra le colonne della Basilica Ulpia e le due cupole gemelle di Santa Maria di Loreto e del Santissimo Nome di Maria.


Il Vittoriano e il Campidoglio
Il Vittoriano è quello che è: marmo bianco di Botticino, colonne, quadrighe, e il soprannome di «macchina da scrivere» che i romani gli hanno dato e che non gli toglierà più nessuno. Sotto le nuvole di oggi, comunque, era la cosa più luminosa della piazza.


Di lato si sale la cordonata e si entra nella piazza del Campidoglio, disegnata da Michelangelo, con il Marco Aurelio a cavallo davanti al Palazzo Senatorio (quello vero è dentro i Musei Capitolini, questa è la copia).

Ma il motivo per salire fin qui è dietro il palazzo. Dall'affaccio gratuito su Via del Campidoglio ti si apre davanti tutto il Foro Romano: le otto colonne del tempio di Saturno, l'Arco di Settimio Severo, la cupola dei Santi Luca e Martina, e la Via Sacra che se ne va verso il Colosseo da cui eravamo partiti. Ci siamo rimasti appoggiati al parapetto un buon quarto d'ora.


Il Teatro di Marcello e il Ghetto
Scesi dal colle, il Teatro di Marcello: un Colosseo in piccolo e più vecchio di un secolo, con sopra un palazzo rinascimentale ancora abitato. Accanto, le tre colonne corinzie del tempio di Apollo Sosiano.

Due passi e si entra nel Ghetto dal Portico d'Ottavia, mezzo crollato e tenuto su da un arco di mattoni. Sabato, Shabbat: il quartiere era quieto, molti locali chiusi.

Un gatto, la pioggia, e Roscioli
Verso Largo Argentina ci siamo infilati in una libreria dentro un palazzo con il soffitto affrescato. Il padrone di casa era un gatto bianco e grigio, sdraiato sopra i libri di fotografia, che si è fatto accarezzare senza degnarsi di alzarsi.

Fuori, intanto, pioveva. Il pranzo era da Antico Forno Roscioli, in Via dei Chiavari: pizza al taglio da mangiare in piedi, alla romana. La coda arrivava sul marciapiede, sotto gli ombrelli.

Dopo pranzo siamo ripassati da Largo di Torre Argentina: quattro templi dell'età repubblicana tre metri sotto la strada, i pini intorno, e da qualche parte lì in mezzo il punto in cui fu ucciso Cesare.

Campo de' Fiori, senza baccalà
L'itinerario lo diceva già: da verificare, di solito apre solo dal tardo pomeriggio. Abbiamo verificato. Alle quattro meno dieci Dar Filettaro a Santa Barbara, in Largo dei Librari, aveva la serranda abbassata, e sopra la scritta FILETTI DI BACCALÀ qualcuno ci aveva disegnato i suoi graffiti. Il baccalà resta in sospeso.
A Campo de' Fiori, a quell'ora, la piazza era di Giordano Bruno, incappucciato in cima al suo piedistallo, bruciato qui nel 1600 e messo apposta a guardare verso il Vaticano.


Il Pantheon
Al Pantheon ci siamo arrivati da dietro, passando per Piazza della Minerva, dove c'è l'elefantino di Bernini con l'obelisco sulla schiena davanti a Santa Maria sopra Minerva. I romani lo chiamano il Pulcino.

E poi il Pantheon, con il nome di Agrippa sul frontone anche se a rifarlo fu Adriano: sedici colonne di granito egiziano, e dietro la cupola più grande mai costruita senza armature. Il cielo, intanto, aveva deciso di aprirsi.


Un Caravaggio fuori programma
Fra il Pantheon e Navona abbiamo fatto una deviazione che non era prevista: Sant'Agostino, dove nella prima cappella a sinistra c'è la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio. Una Madonna in carne e ossa sulla soglia di casa, e davanti due pellegrini inginocchiati, con i piedi sporchi in primo piano. Quando la scoprirono, nel 1606, fecero scandalo proprio quei piedi. Ingresso libero.

Piazza Navona
Poi Piazza Navona, che ha ancora la forma dello stadio di Domiziano: la Fontana dei Quattro Fiumi di Bernini al centro, Sant'Agnese in Agone di Borromini davanti, e alle cinque e mezza un cielo azzurro che la mattina nessuno avrebbe scommesso.


Il Tevere, e il castello
Da Navona siamo usciti a nord, sul Tevere, e dal Ponte Umberto I è arrivata la foto della giornata, quella in copertina: il fiume, i platani, Ponte Sant'Angelo e, in fondo, controluce, la cupola di San Pietro. Poi ci siamo girati, e ci siamo messi davanti anche noi.

Poi giù per il Lungotevere fino a Ponte Sant'Angelo, con gli angeli di Bernini ai lati e il Castel Sant'Angelo davanti: il mausoleo di Adriano diventato fortezza dei papi, con il corridoio segreto che lo collega al Vaticano.


E da lì Via della Conciliazione, dritta come un righello sulla cupola, con il sole che calava dietro.

San Pietro
In piazza c'erano già le file di sedie montate davanti al sagrato. Sulla facciata un cartello annunciava un concerto di polifonia della Cappella Giulia alle quattro del pomeriggio: noi siamo arrivati alle sei.


Dentro, la basilica è una scala che il cervello fatica a prendere: la navata è lunga quasi duecento metri e i putti delle acquasantiere sono alti due. La Pietà di Michelangelo è subito a destra, dietro il vetro.


Sotto la cupola di Michelangelo, il baldacchino di Bernini, bronzo nero e oro, alto come un palazzo di dieci piani.


Quando siamo usciti, alle sette, era buio e la facciata era accesa.

Spagna e Trevi, a rovescio
Il programma diceva prima Trevi e poi Spagna; è andata al contrario. A Piazza di Spagna alle otto la scalinata era piena di gente, la Barcaccia ai piedi e Trinità dei Monti stava illuminata in cima.


Da lì, per i vicoli, alla Fontana di Trevi, che sbuca all'improvviso ed è sempre più grande della piazzetta che la contiene. Alle otto e mezza di sabato sera c'era mezza Roma, e l'altra mezza erano turisti.


Il ritorno in metro: la A fino a Termini, il cambio, e la B fino a Laurentina, dove la macchina ci aspettava da stamattina. Il Corso e Piazza del Popolo, che chiudevano la giornata sulla carta, restano per un'altra volta. Domani si va sull'Aventino.
La giornata sulla mappa
Ventuno tappe, quasi nove chilometri a piedi, un salto in metro da Ottaviano a Spagna, e la sera la A e la B per tornare a Laurentina. Tocca un numero per vedere dov'eravamo.


